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Cosa hanno in comune Harry Potter, Gabriele D’Annunzio e Damiano Crognali?

 “Trasformare concetti digital in progetto architettonico: il pensatoio di Damiano Crognali progettato da Laura Cunico

Cosa hanno in comune Harry Potter, Gabriele D’Annunzio e Damiano Crognali?La risposta è semplice: il pensatoio.

Al Vittoriale il pensatoio è lo studiolo in cui si ritirava a pensare D’Annunzio. E’ l’unica stanza illuminata dal sole e ci si accede salendo tre gradini mentre ci si abbassa, perchè l’architrave sopra l’ingresso è ribassato: piccolo dettaglio irriverente previsto per far inchinare il visitatore davanti all’Arte! Il rispetto per il brand d’annunziano è imposto dall’artista a partire dall’ingresso.

In Harry Potter, il pensatoio di Silente è un lavabo in pietra pieno di una sostanza argentata fumante:  l’oggetto magico permette di esaminare tutti i pensieri ed i ricordi estratti dalla mente delle persone così da poter essere osservate da altri, con un altro punto di vista. Un vero e proprio sharing di idee ed esperienze…magico!

Con la presentazione del pensatoio di Damiano Crognali questo Sharing magico diventa realtà: il guru del web apre le porte del suo studio. Possiamo visitarlo, sentirlo, connettersi con lui tutte le volte che vogliamo seguendolo al @ilbellodelweb.

Fisicamente il suo pensatoio si trova nella centralissima Milano di via Paolo Sarpi e sprizza da tutti gli angoli concetti digital. Quattro elementi comunicano il brand senza distogliere troppo l’attenzione degli spettatori.

1)Il decoupagè in parete di pagine di giornali, accuratamente scelti e selezionati, è una lavagna a cielo aperto che ricorda l’amore sregolato per il giornalismo di quando Dam era giornalista d’assalto nei suoi anni in Siria.

2)Su una parete totalmente nera spicca una mensola. E’ una linea che sottolinea nelle varie inquadrature contenuti differenti. E’ l’unico elemento che irrompe nella scena: a volte si fa protagonista e come una freccia rossa punta l’attenzione sul conduttore, a volte sfuma evidenziando ciò che sorregge.

3)Sulla mensola rossa, la light box: non poteva mancare una insegna luminosa che continuamente si aggiorna informandoci sul titolo della puntata online, oppure se siamo nella “vip” comunity Slashers di Montemagno.

4)Il grande divano spazioso ci riporta alle confortevoli interviste di Dam nella radio più antica di Milano, Radio Atlanta.

La nuova sede del @ilbellodelweb è un vestito cucito sulla personalità e storia di Damiano Crognali. Poche cose, piccoli dettagli, studiati in base a quello che si vede e si percepisce in telecamera: l’attenzione non è rivolta a scenografie stupefacenti che distolgono lo sguardo di chi osserva in remoto da pc o sale conferenze. Gli spazi intorno sono totalmente annullati perchè schermati da tende leggere e nere che migliorano l’acustica: il pensatoio sviluppa il punto di vista di una telecamera ed è come ritornare agli affreschi dei pittori rinascimentali, dove la prospettiva centrale fa da padrona.  Il messaggio è pulito ed immediato: nasce da un forte lavoro di pulizia, pulizia di colori, pulizia di loghi, pulizia di spazi.

Marc Quinn dà voce agli esclusi e la sua arte si fa anticipazione

“Tempo fa lo scultore inglese Marc Quinn si chiese che effetto avrebbe fatto vedere entrare tra le statue classiche incomplete – perché frammentate del tempo – del British Museum di Londra e del Louvre di Parigi, persone reali con uguali sembianze, menomate cioè fisicamente. Partendo da queste premesse, l’artista realizzò il ciclo di statue intitolato “Marmi incompleti”, di cui fa parte anche “Alison Lapper incinta”, opera esposta per alcuni mesi vicino all’Arena di Verona, ispirata alla storia di una donna con disabilità e con la quale Quinn ha voluto rappresentare il divario tra ciò che è accettabile nell’arte, ma non nella vita

http://www.superando.it/2009/11/13/marc-quinn-da-voce-agli-esclusi-e-la-sua-arte-si-fa-anticipazione/

In questi giorni – ed esattamente il 12 novembre – Marc Quinn ha raccontato se stesso e le sue opere a Tim Marlow, storico dell’arte, giornalista e direttore espositivo del White Cube, nell’elegante National Portrait Gallery di Londra, che ha recentemente acquistato Self, statua realizzata dall’artista nel 2006.
Marc Quinn è un pittore e scultore appartenente alla Young British Art – gruppo di artisti concettuali, pittori, scultori e “installatori”, con sede in Gran Bretagna – che ha esposto più volte anche in Italia: quest’anno ha partecipato alla Cinquantatreesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia,scegliendo un percorso itinerante tra vie, corti e musei nel centro di Verona. Per l’occasione la città di Giulietta e Romeo è “volata nel panorama europeo”, confrontandosi direttamente con Londra: infatti, la statua che fino a pochi giorni fa era di fronte all’Arena, è la stessa esposta a Trafalgar Square dal 2005 al 2007, ovvero nella piazza londinese considerata dai più il “cuore” della metropoli, con la National Gallery sullo sfondo, l’obelisco, la colonna centrale con l’ammiraglio Nelson e quattro piedistalli ai lati, di cui uno rimasto senza dedica né statua dal 1841 (anche a Londra ogni tanto finiscono i fondi!).
Dal 1998 quel piedistallo è dedicato all’arte contemporanea: in un’atmosfera protesa a Margaret Thatcher e Lady Diana, la scelta di porvi come prima esposizione proprio questa statua di Quinn esplose come una bomba.

A Verona questo conflitto non c’è stato, ma la perplessità ha regnato sovrana. La statua raffigura infatti un essere umano seduto, padrone dei principali assi visivi: capello corto, sguardo fisso e deciso – quasi maschile – rotondità di forme e pancia svelano lo stato interessante, posizione e mancanza di braccia ricordano la Venere di Milo. La perfetta esecuzione artistica cala l’opera in una dimensione narrativa realistica che sottolinea l’anomalia di proporzione tra gambe e busto. La targhetta sul piedistallo cita Alison Lapper Pregnant ovvero “Alison Lapper incinta”.
Ma perché Quinn ha scelto proprio Verona? Il mistero è presto svelato. La mostra era intitolata IL MITO, volendosi riferire a un qualcosa di non reale, fragile nella dimensione astratta, catturante perché rivolto al futuro, enigmatico, che spinga alla meditazione. Per Marc Quinn la Verona shakespeariana è tutto questo. In una conversazione con l’artista Jason Shulman, Quinn ha spiegato: «Nell’uomo permane la necessità di trovare uno spazio sacro, persino nel nostro mondo secolarizzato. Ciò che amo della Casa di Giulietta è che rappresenti un tempio vivente dedicato all’idea dell’amore […] una di quelle idee astratte con le quali modelliamo le nostre vite; quella di Giulietta ha subito un’evoluzione ed è diventata una sorta di santuario laico».
La casa di Giulietta esiste nell’immaginazione di tutti come simbolo di un’idea, di un sentimento, ma è anche luogo di architettura. Vive due vite: è casa effettiva e idea di “Casa di Giulietta”. La stessa fortissima tensione tra realtà e astrazione realizza IL MITO. E per Marc Quinn l’arte è una ricerca sulla trattazione dell’”essere umani”, per cui i soggetti delle sue opere rappresentano idee, emozioni, qualcosa del mondo che l’artista vede.

Tempo fa Quinn – in visita al British Museum di Londra e al Louvre di Parigi – si chiese che effetto avrebbe scatenato il veder entrare tra le statue classiche incomplete – perché frammentate dal tempo – persone reali con uguali sembianze, menomate cioè fisicamente. Partendo da queste premesse, l’artista realizzò tutto un ciclo di statue intitolato Incomplete Marbles (“Marmi incompleti”), di cui fa parte Alison Lapper Pregnant. In sostanza Quinn ha voluto rappresentare il divario tra ciò che è accettabile nell’arte e non nella vita.
Alison nasce nel 1965 in Inghilterra; è una neonata focomelica, soffre cioè di una malformazione congenita che la rende “una bambina con le pinne”, come si definisce lei stessa nella sua biografia La vita in pugno del 2006. Non ha le braccia, ha le gambe corte e senza ginocchia: la sua disabilità, però, non la fermerà e correrà ogni giorno verso la vita. Dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili, a diciannove anni è già indipendente, si trasferisce a Londra e si sposa felice. Si libererà poi da quel matrimonio divenuto nel tempo «un incubo e una prigione» e a ventotto anni si laurea alla British University. Alison dipinge, fotografa, espone nelle principali gallerie inglesi, insegna e tiene seminari dedicati alle persone con disabilità: fa del concetto di “normalità fisica e deformità” il tema principale della sua arte. Il traguardo più importante che riesce a raggiungere è la maternità.
Ha scritto tra l’altro: «Sono single e sono disabile. […] La sentenza era emessa: non avrei dovuto diventare madre. […] Esisteva il cinque per cento di probabilità che mio figlio nascesse come me. Se fosse accaduto, credo che nessun’altra madre avrebbe potuto comprenderlo e aiutarlo meglio di me». Il suo piccolo Parys è seguito dalla BBC nel progetto Child of our Future (“Bambini del nostro futuro”) della durata di vent’anni: ogni tre settimane venticinque bambini vengono ripresi dalle telecamere per descrivere la loro quotidianità.
A tal proposito Alison ha detto: «Se la tua vita va in televisione, significa che non hai niente da nascondere. […] Ho capito che dovevo dimostrare qualcosa a chi pensa che non avrei dovuto diventare madre. La crescita di mio figlio sarà là un giorno, perché tutto il mondo possa vederla. La nascita di Parys ha completato la mia vita. Lo guardo e dico: “Wow!”».

Quasi dunque in risposta all’appello di Matteo Schianchi nel suo recente libro La terza nazione del mondo, in cui si afferma la mancanza in Italia della cultura della disabilità, Quinn ha creato un ponte tra l’arte e un’intera città, portando apertura e luce.