Gli architetti che vorremmo_intervista a Laura Cunico

“Ovvero dei “garanti” che operassero coniugando gli aspetti architettonici con i diritti personali di tutti, in modo tale che la progettazione di spazi consentisse lo star bene fisico e psicologico di ogni cittadino, assicurando un buon rapporto con l’ambiente circostante. Un “buon senso architettonico comune”, ma anche un nuovo approccio che cambiasse completamente la stessa cultura della disabilità e dell’accessibilità. Purtroppo è noto che sin troppo spesso le cose vanno diversamente, ma è bello – oltre che indurre a un certo ottimismo per il futuro – vedere muoversi proprio su quei princìpi una neolaureata che ha recentemente ottenuto anche un premio per la sua tesi

http://www.superando.it/2009/07/16/gli-architetti-che-vorremmo/

Qualche tempo fa abbiamo dato notizia dell’assegnazione di un premio di laurea voluto dalla Sezione di Vicenza (Sede di Schio) dell’ANIEP (Associazione Nazionale per la Promozione e la Difesa dei Diritti Civili e Sociali degli Handicappati), in collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università IUAV di Venezia, allo scopo di promuovere la ricerca di soluzioni di accessibilità urbanistiche e territoriali (se ne legga cliccando qui).
La Commissione incaricata di valutare le tesi in concorso – composta da Silene Thiella, presidente dell’ANIEP vicentina, oltre che da Valeria Tatano dello IUAV di Venezia e da Orianna Zaltron per la Direzione dei Servizi Sociali della Regione Veneto – aveva conferito il riconoscimento alla neolaureata dello IUAV Laura Cunico, per la sua tesi sul
Recupero dei Silos Asburgici di Trieste. Ne abbiamo parlato con la stessa Laura Cunico, in questa lunga intervista. (Crizia Narduzzo)

Il suo studio si intitola Recupero dei Silos Asburgici di Trieste: potrebbe illustrarcelo?
«Come tappa finale del mio percorso universitario, ho avuto la possibilità di redigere una tesi con il professore architetto G.B. Fabbri, riguardante un ampio intervento nella città di Trieste, con l’intenzione di dare continuità spaziale tra la città stessa, la ferrovia e la zona di Porto Vecchio.
Più precisamente la mia tesi affronta: la riprogettazione del parcheggio interrato esistente in Via Boccaccio, oggi privato, ma che per esigenze urbane viene ampliato e reso pubblico; la risistemazione della piazza insistente sulla copertura di quest’ultimo, trasformandola in luogo polifunzionale, in diretta connessione con lo stesso parcheggio; la progettazione di un viadotto – poco più di cento metri – che sovrasta i binari di Trieste Centrale, dotato di apposite salite e discese a questi ultimi, attraverso scale di sicurezza e ampi ascensori, con comode zone di sosta e seduta; il restauro e la risistemazione dei Silos Asburgici e la progettazione di un nuovo centro terziario che si articola in sale espositive all’interno o all’aperto, in quattro sale conferenze ognuna di duecento posti, in un auditorium da ottocento posti con ampio foyer, in un teatro all’aperto e in zone commerciali e di ristorazione; lo studio e la verifica dell’impianto strutturale, sia dell’esistente sia dei nuovi inserimenti; lo studio e la verifica di tutto l’apparato impiantistico e acustico dei nuovi inserimenti; l’approfondimento tecnologico delle coperture lignee esistenti rimaste dei Silos, che ha portato tra l’altro a un’interessante scoperta riguardante l’impostazione strutturale delle capriate, ciò che ha corretto le direttive comunali.
Analizzando per altro la città di Trieste, non si può non notare la sua grande complessità di profilo, che contrasta fortemente con la purezza e la linearità dell’orizzonte del mare. Tutti i percorsi della città vivente risentono di questa caratteristica, sbizzarrendosi in pluralità di soluzioni sul tema delle risalite e dei collegamenti. Tale varietà improvvisamente si interrompe al contatto con la ferrovia, che sembra essere un limite invalicabile, “disumanizzando” così tutto ciò che resta al di là: mi sono posta come punto fermo la necessità di creare un ponte tra le tre parti della città, in modo tale che ognuna potesse interagire con l’altra, tramite un collegamento sopraelevato, vivibile da tutti anche perché pedonale. La creazione di un viadotto che possa raccordare la città, la zona ferroviaria e la zona portuale può essere una soluzione perchè va a creare una nuova spazialità, una maggiore comodità a misura d’uomo nel permettere il superamento di numerose barriere architettoniche e una maggiore vitalità economica».

Come mai ha scelto questo tema e in che modo, dal suo punto di vista, lo studio – premiato dal concorso promosso dall’ANIEP di Vicenza – contribuisce a sensibilizzare sulle problematiche della disabilità e a diffondere una cultura della disabilità basata sulla centralità dei diritti umani?
Anche qui è evidenziata in rosso la zona dei vecchi Silos Asburgici di Trieste«Ho scelto di fare una tesi progettuale – nello specifico un intervento così articolato – affrontando tale impegno singolarmente, proprio per mettermi alla prova su più fronti: l’adeguamento dei vecchi edifici, il dialogo tra il vecchio e il nuovo costruito, il tema del vuoto urbano, le problematiche e le soluzioni delle grandi luci nelle grandi coperture, tralasciando il tema residenziale in quanto già svolto in altre esperienze, come ad esempio una torre vicentina di 78 metri.
Quando penso alla figura dell’architetto, penso a un garante che operi coniugando gli aspetti architettonici con i diritti personali di tutti, in modo tale che la progettazione di spazi consenta lo star bene fisico e psicologico di ogni cittadino, assicurando un buon rapporto con l’ambiente circostante. Intendere l’Architettura in questi termini fa sì che il progettare divenga una dimostrazione di rispetto da parte dell’architetto verso colui e coloro che un giorno vivranno la sua architettura, quasi un gesto d’amore verso l’uomo in senso generale.
Presumo che si potrebbe considerare il mio studio, nel suo piccolo, come un esempio di ciò che la stessa normativa e l’applicazione delle leggi vigenti potrebbero diventare. Ovvero – da vincoli scomodi e quindi limiti all’idea progettuale – reali punti di creatività,per un’architettura più vera e rispondente alla realtà quotidiana di tutti. Penso che l’indire un bando di laurea con questa tematica miri a sensibilizzare i giovani progettisti a tali questioni, contribuendo a una progettazione che risolva a priori tanti problemi futuri e quindi porti a un miglioramento della vivibilità. Per raggiungere questo a volte può non bastare l’uso protettivo della normativa, ma serve investire per la creazione di un buon senso architettonico comune».

Quali sono state le principali difficoltà che ha incontrato nel tentativo – riuscito, a giudizio di chi le ha assegnato il premio – di conciliare aspetti ed esigenze architettonici e aspetti ed esigenze di fruibilità e accessibilità?
«La difficoltà principale è stata coniugare un coerente atto compositivo progettuale a un ideale personale. Mi permetto di fare un esempio, illustrando una parte del mio progetto riguardante una serie di interventi progettuali nella zona dei Silos Asburgici, limitandomi a una precisa porzione.
L’idea progettuale che ha dato l’input all’intervento nasce dall’iter storico dell’edificioche ne definisce l’unicità ed è lo sviluppo del tema dell’interramento. Gli ex magazzini merci della Stazione Centrale di Trieste – noti appunto come Silos Asburgici, costruiti tra il 1857 e il 1867 su progetto attribuito agli ingegneri Wilcheim e Flattich, dipendenti dell’Imperiale Regia – consistono in due corpi paralleli rettangolari, di 290 x 27 metri in muratura di pietra arenaria istriana, a quattro facciate rinascimentali, con una serie di grandi archi che racchiudono un piazzale di 28 metri in larghezza, fino al primo dopoguerra sopraelevato e ospitante cinque binari per treno merci a una quota di +8/+11 metri sul livello del mare (quota primo piano Silos).
Poiché non si era trovata una superficie sufficientemente ampia per contenere la prevista stazione in prossimità di Trieste da collegare al tracciato della Ferrovia del Carso, era stato necessario ottenerla scavando a monte e riempiendo man mano lo specchio di mare che si estendeva a nord-ovest della città nuova. La Direzione Centrale per le Costruzioni Ferroviarie stabilì di far sorgere la stazione e il nuovo porto tra il Lazzaretto di Santa Teresa e il Macello, sbancando la retrostante collina di Scorcola. Il Lazzaretto non poteva essere sgomberato, il che impose la costruzione di un alto viadotto che lo sorpassasse per giungere al cortile interno dei Silos, ovviamente rialzato – come detto più sopra – alla quota primo piano Silos, interrando l’affaccio al cortile del piano terra.
Nel plastico del progetto di Laura Cunico viene evidenziato il ballatoio esterno che dialoga con l'esistente, ponendosi alla stessa quota dell'innesto degli archi e permettendo una totale vivibilità dello spazio sia esterno che interno, collegato al piano terra attraverso la nuova struttura distributivaOggi l’interramento non esiste più e i due Silos sono separati da un giardino abbandonato a livello strada (quota +0,00 sul livello del mare) al quale non si riesce ad accedere perché – proprio per l’interramento storico – tutto il piano terra dei Silos che affaccia sulla corte interna è cieco. Il mio progetto è un intervento di ristrutturazione e riqualificazione e proprio in questo ho trovato le maggiori difficoltà, in quanto non esiste attualmente, come appena affermato, un vero collegamento tra i due Silos: la loro distribuzione interna è affidata principalmente all’uso di scale e vi sono presenti varie differenze di quote sia interne che esterne che generano numerose barriere architettoniche, come rampe troppo ripide o continui scalini. Con il riprendere la situazione di collegamento tra i due Silos sfruttando il tema dell’interramento, creo nello spazio centrale tra i Silos stessi un grande spazio piano che riprende la quota originale di +8 metri sul livello del mare, posizionandosi alla stessa quota dell’innesto degli archi delle facciate dei Silos e ottenendo così un unico grande ballatoio di collegamento di 3 metri in larghezza per parte. Siamo al primo piano dell’edificio e il ballatoio creato si amplia giungendo alla misura di 6 metri in corrispondenza dei due grandi ponti in pietra che pongo all’inizio e alla fine dell’intervento, creando un continuum spaziale facilmente percorribile e accessibile che mette in comunicazione i due Silos l’uno con l’altro e con il loro interno. Inoltre, sfrutto la parte centrale nuova costruita per arricchire tutto il complesso asburgico di un articolato corpo distributivo dotato di ben quattro comodi ascensori, facilmente accessibile dal piano terra, avendo azzerato qualsiasi barriera architettonica con l’inserimento di due rampe della pendenza dell’8% (lunghe 10 metri e ampie 13), che conducono direttamente al foyer e all’auditorium, in una scorrevole passeggiata.
L’articolazione progettuale interna ai Silos prevede un distacco dalle pareti perimetrali degli stessi Silos di 2 metri per parte, al fine di non intervenire sul vecchio costruito, preservandolo e soprattutto creando un ulteriore ballatoio interno che massimizzi l’accessibilità e la fruibilità nella gestione di un intervento in piano. Ho risolto all’interno di ciascun Silos anche il collegamento tra i due piani dello stesso, dotando ogni corpo scala di ascensori, per garantire così i percorsi in perfetta autonomia anche in verticale. La progettazione continua tenendo conto delle difficoltà percettive sensoriali,differenziando i materiali nei percorsi.
Per me è stato molto interessante occuparmi proprio in sede di tesi della tematica dell’inclusione, in quanto credo che questa sia la via da esplorare e da approfondire, molto utile per l’avvicinamento dell’architettura alla disabilità, perché può diventare, a mio modo di vedere, un nuovo approccio che cambia completamente la cultura dell’handicap».

Era la prima volta che si avvicinava ai temi della disabilità e dell’accessibilità o aveva avuto altre esperienze in precedenza?
«Fin dall’inizio del mio percorso universitario, più che alla tematica della disabilità, mi sono avvicinata a quella dell’accessibilità. Infatti, uno dei miei primi lavori di progettazione architettonica allo IUAV fu la riqualificazione di un’ampia zona a Feltre (Belluno), che prevedeva la progettazione di un supermercato, con zona residenziale, parcheggi, piazze e parchetti. A un certo punto dell’iter progettuale ho cominciato a riflettere che per facilitare il viaggio dell’utente all’interno del mio intervento sarebbe stato meglio organizzare tutti i percorsi interni ed esterni senza ostacoli: l’omino della mia immaginazione che percorreva il parco, la piazza, parcheggiava la macchina, nel mio progetto poteva ammirare il paesaggio che lo circondava senza preoccuparsi di dove camminasse. Tutti i percorsi pedonali o stradali erano ampi, comodi, differenziati e  correlati, ben protetti e senza gradini.
Vista in sezione del «Progetto a sola rampa» pensato da Laura Cunico. Per dare un'idea delle dimensioni, le piccole figurine in grigio (quasi dei puntolini) sono degli ominiL’amore architettonico verso la rampa man mano è cresciuto fino alla definizione di un progetto a sola rampa: durante il lavoro progettuale svolto all’università prima del lavoro di tesi, l’arrivo all’auditorium previsto avveniva tramite una lunga e dolce discesa. In questo modo la lunga rampa poteva diventare luogo di conferenze estive, ma soprattutto essere una passeggiata facile per tutti. L’auditorium inoltre era raggiungibile anche più velocemente, utilizzando degli affascinanti passaggi storici di alto valore artistico posti al piano terra.
Alla tematica della disabilità non mi sono avvicinata per diretta o indiretta esperienza personale temporanea o definitiva, ma tramite lo sviluppo culturale del concetto di Architettura come spazio creato o riordinato per tutti… bambino, donna incinta, donna con passeggino, uomo in carrozzina, uomo con bastone… Avere incontrato durante il mio percorso di tesi il bando dell’ANIEP di Vicenza mi ha aiutato ad avvicinarmi ancora di più alla tematica dell’inclusione, riconoscendo in questa iniziativa una ricerca di contatto tra il mondo progettuale architettonico e l’utenza ampliata».

Avrà certamente sentito parlare del “caso Calatrava”, relativo alla realizzazione del “Ponte della Costituzione” sul Canal Grande di Venezia, inaugurato nel 2008? Che ne pensa?
«Per molti anni ho vissuto a Venezia e ho sempre sentito la necessità di raggiungere la stazione senza utilizzare lo scomodo Ponte degli Scalzi oppure tramite una semplificazione del tragitto. Il Ponte di Calatrava – intervento affascinante e strategico – presenta però problemi di accessibilità per tutti. Per una città così bella e unica nel suo genere si sarebbe dovuta progettare un’opera non solo di straordinaria bellezza, ma anche di perfetta utilità: il fatto di “correre ai ripari” oggi per quanto riguarda l’accessibilità, ponendo un adeguamento al ponte attraverso la cosiddetta “ovovia”, credo sia assurdo per vari motivi. Vorrei ricordare oltretutto che tale opera è contemporanea e non si tratta di un adeguamento storico: il “problema” accessibilità è fondamentale, perché si parla di un ponte e quindi di un collegamento di qualcosa a qualcos’altro, ciò che dovrebbe appartenere a un gesto progettuale a priori e non successivo.
Venezia è una città dal significato duplice: le isole con i loro ponti sono ricchissime di barriere architettoniche, ma è la stessa acqua che può essere fonte di grande libertà, permettendo attraverso l’uso del vaporetto, della barca, del motoscafo il superamento di molte difficoltà spaziali e temporali. Venezia, quindi, ha paradossalmente “una marcia in più”: da Piazzale Roma alla Ferrovia in pochissimi minuti attraversiamo il canale con il vaporetto. E perché non si potrebbe rendere tutta la rete dei trasporti ACTV totalmente gratuita per persone con disabilità permanente o temporanea? Siamo sicuri che la soluzione dell’ovovia sia – non affronto nemmeno il problema estetico – una buona soluzione? Non c’è il rischio di creare maggiore distanza tra il disabile e gli altri componenti di una stessa società? La disabilità è una barriera fisica, l’ovovia a me sembra che potrebbe generare una nuova barriera… quella psicologica: personalmente proverei uno stato di imbarazzo e di disagio ad essere/sentirmi guardata da tutti in quel lento viaggio in una struttura apposita, con la paura che si possa fermare da un momento all’altro proprio nel bel mezzo del tragitto».

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